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Un impegno: imparare il giapponese

Ho spesso usato questo blog per impormi delle cose da fare, per imparare la disciplina. Spesso se si dichiarano i propri obiettivi pubblicamente, ci si sente obbligati a perseguire con forza questi obiettivi e a fare di tutto per raggiungere ciò che vogliamo. Un semplice blog post come questo può essere sufficiente per tracciare un segno, un punto di partenza dal quale far iniziare una cosa nuova.

Bene, è da secoli che dico che mi piacerebbe imparare il giapponese ma non mi ci sono mai messo di impegno. Ho scaricato una volta l’intero pacchetto di Rosetta Stone e nonostante sia ottimo, non ho mai trovato il momento giusto per iniziare. Oggi invece è il momento giusto ed ecco quindi il mio impegno ufficiale: da oggi ogni giorno, cascasse il mondo, farò una lezione di giapponese presa dal libro “Japanese in Mangaland” che mia mamma mi ha regalato quasi un anno fa, durante la sua visita a San Francisco. E’ stato il suo bellissimo regalo di nozze ed oggi mi sono riletto la sua dolcissima dedica.

Si inizia, quindi. Domani la prima lezione…e cercherò di aggiornare questo blog con i risultati di questo mio impegno!

La comodissima ma scomoda Zipcar

Zipcar è una delle meraviglie americane. Se non possiedi una macchina ma vuoi guidare, se non hai voglia di comprarne una e vuoi evitare le rotture di scatole dei tagliandi, assicurazione, benzina, etc. allora Zipcar fa per te. Con un abbonamento da 50 dollari all’anno, ti viene fornita una card con la quale puoi aprire qualsiasi macchina Zipcar parcheggiata in uno dei tantissimi posti in giro per la città.
Quando abitavo a Berkeley usare la Zipcar era un piacere. Le Zipcar erano veramente ovunque, ce ne era una almeno ogni trecento metri e bastava prenotarne una online, anche solo per un’ora, passare la card sul vetro della macchina e via, in giro per le strade di San Francisco.
Quando mi sono spostato a Santa Monica davo per scontato che avrei trovato anche qui una marea di Zipcar ma mi sono dovuto ahimé scontrare con l’altissimo tasso di macchine per individuo che si riscontra a Los Angeles e dintorni. Forse per questo Zipcar ha pensato di mettere in giro le macchine con il contagocce in questa città. In sostanza, ogni volta che ora mi serve la Zipcar, devo prenotare quella a due passi dal campus di UCLA che si trova a Westwood. Il problema è che per arrivare fino a lì, devo prendere l’autobus e farmi un bel quarto d’ora di tragitto.
Durante il giorno il tempo del viaggio passa velocemente e gli autobus, che hanno la fermata sotto casa mia, passano ogni dieci minuti. La sera, però, quando si esce per farsi una pizza con gli amici (come oggi) e si arriva al ritorno al parcheggio Zipcar di Westwood, la voglia di aspettare l’autobus (che a quest’ora passa ogni mezz’ora) e il tragitto di quindici minuti diventano una condanna, soprattutto quando il sonno prende il sopravvento.
E’ comunque meglio la Zipcar del possedere una macchina, molto meno sbattimento. Speriamo però che Zipcar si decida presto a mettere qualche macchina anche a Santa Monica!

Un po’ di rigore

Sono da sempre convinto che il segreto del successo di una persona (da intendersi sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista personale) sia la giusta combinazione di disciplina ed organizzazione.

Chi mi conosce bene sa che per me è molto difficile ottenere tale combinazione: sono di natura un disordinato e tendo ad essere pigro.

E’ però anche vero che sebbene all’esterno io appaia così, in realtà sono un maniaco dell’ordine e dell’organizzazione, nonché della disciplina. Questi due elementi devono, però, combattere un po’ contro la mia pigrizia, un po’ contro la mia esagerata capacità di appassionarmi in pochi secondi delle più piccole stupidate. Questa mia ultima caratteristica è indubbiamente la più pericolosa verso la strada del successo perché mi fa perdere spessissimo la concentrazione, sia a breve termine sia a lungo termine.

Per concentrazione a breve termine intendo la concentrazione che si ha quando, ad esempio, si sta studiando per un esame o per una lezione. Questo post è un perfetto tipo di perdita di concentrazione a breve termine. Sto digitando queste parole, infatti, durante una sessione di studio in biblioteca qui ad Hastings.

La concentrazione a lungo termine è quella che consente, invece, di mantenere inalterato per un accettabile periodo di tempo il proprio obiettivo. Io questo obiettivo lo continuo a cambiare o sono distratto dallo stesso da passioni momentanee che sorgono nella mia mente come funghi: una volta i fumetti, poi il Macintosh, poi il web 2.0, poi Harry Potter, quindi il cinema, il modellismo, etc.

Come fare a sistemare tutto ciò? La autodisciplina sicuramente aiuta e può essere anche divertente. Molto tempo fa avevo utilizzato questo blog per autoimpormi di interrompere una cosa che mi faceva perdere tempo o (forse ancora più precisamente) soldi. Era un periodo in cui per mille motivi mi sentivo triste e combattevo questa tristezza acquistando fumetti a tutto andare. Ero stato colpito dalla sindrome della spesa selvaggia e mia madre può testimoniare sul numero di pacchi di fumetti che continuavano ad arrivare a casa mia dai posti più lontani: Denver, Inghilterra, Tucson, Giappone e chi più ne ha, più ne metta.

Quella volta mi ero autoimposto di non acquistare più fumetti fino a quando avessi finito di leggere l’ultimo dei fumetti che avevo acquistato. Utilizzavo il blog inserendo al termine di ogni post che scrivevo il numero di giorni di autodeterminazione mantenuta.

La tecnica ha funzionato discretamente. Ho interrotto l’acquisto selvaggio dei comics e sono riuscito ad arrivare ad accumulare un bel po’ di giorni di mantenimento del criterio di autodeterminazione.

Insomma, penso proprio che dovrò utilizzare nuovamente il metodo dell’autodisciplina perché sento che non sto ancora dando il massimo di me stesso e voglio investire per bene questo anno.

Diamoci dentro!

Muthanna e la pizza

 

Il pizza tracker di Domino

Il pizza tracker di Domino

Questa sera ho avuto la bella idea di ordinare una pizza a domicilio e l’ho fatto utilizzando uno dei più popolari servizi americani di questo tipo: Domino’s Pizza.

La particolarità del servizio offerto da Domino’s è l’interattività offerta al cliente e la dinamicità degli strumenti online disponibili.

L’utente, infatti, può ordinare la pizza direttamente online: ci si collega al sito di Domino’s, si sceglie la grandezza della pizza che si vuole comprare (tutto in pollici, ovviamente) e poi si indicano gli ingredienti che si desidera aggiungere alla base normale (pomodoro e mozzarella…o meglio, salsa – piccantina – e formaggio – dubito sia mozzarella).

Il bello viene dopo aver effettuato l’ordine. Sul monitor del proprio computer, infatti, viene visualizzato il cosiddetto “pizza-tracker”, ovverosia un indicatore dello stato della propria pizza. All’inizio pensavo che questo indicatore fosse finto, invece visualizza informazioni reali in diretta sullo stato della pizza ordinata. Si potrà così sapere quando la pizza è stata impastata e preparata, quando è stata messa in forno, quando è stata sfornata ed inserita nella confezione e quando è partita per la consegna!

Per ogni fase viene anche visualizzato il responsabile della fase stessa ed alla fine, dopo la consegna della pizza, il sito internet visualizza un form nel quale indicare il voto da attribuire ad ogni omino di Domino’s che si è occupato di una delle fasi della lavorazione: come era la cottura? come è stata la consegna, etc.

Ed è così che Muthanna, il responsabile della consegna della pizza, si è beccato un bel 5/5, mentre Zahid, responsabile della preparazione della pizza, si è beccato un 4/5 (la pizza era leggermente troppo cotta).

Che dire…una organizzazione di una precisione pazzesca e maniacale. In totale, la pizza è arrivata dopo neanche venti minuti dal perfezionamento dell’ordine online e, sebbene fosse una tipica pizza americana, era molto buona!

Viva Domino’s e viva Muthanna (da non confondere con sua sorella, Muthanda).

(nella foto, il pizza tracker di Domino’s)

Berkeley

 

Il banchetto delle olive al Berkeley Bowl

Il banchetto delle olive al Berkeley Bowl

 

 

Finalmente sono arrivato a Berkeley per frequentare il master alla università UC Hastings di San Francisco.

In questo momento sto scrivendo questo post seduto sulle scalette della casetta che ho preso in affitto. E’ una piccola casa stile villetta, composta da due stanze. L’arredamento è molto semplice ma la casa è posizionata in un complesso di casette tutte uguale, in puro stile americano.

Vicino a me ci sono alcuni personaggi interessanti che sto iniziando a conoscere: attaccato alla mia casa c’è la casetta del professorone, strano signore di nazionalità russa, sempre preoccupato per il funzionamento della sua connessione internet (in uno dei prossimi post vi dirò di più al riguardo).

Due case più in la c’è una coppia di ragazzi giapponesi. Lei non parla una parola in inglese, lui invece probabilmente in Giappone faceva l’antennista (o almeno così sembrerebbe, vista la bravura con la quale ha sistemato in un batter d’occhio il mio televisore).

Di fronte a casa mia c’è un tizio nuovo, un biondino. Non ho ancora capito se abita da solo o con la sua ragazza. Ieri sera, mentre mi bevevo un sano bicchiere di acqua calda con il limone (per via di un mal di panza da paura) ho intravisto dalla finestra della mia cucina una figura nella sua casa…non sono però riuscito a capire se era il tizio biondino già visto in cortile il giorno prima o se si trattasse, invece, della sua fidanzata/moglie/compagnia.

Ecco, proprio mentre scrivevo queste righe è uscito l’antennista da casa sua…secondo me sta andando a fare un pronto intervento da qualcuno.

Insomma, mi trovo in un bel posticino. Da lunedì inizierò questo master e sono proprio curioso di vedere come sarà. Spero sia interessante, divertente ma non troppo impegnativo. Questo non perché io non abbia voglia di faticare, ma perché vorrei tanto che questo anno (o quasi) di esperienza all’estero fosse un buon momento per imparare ma anche per raccogliere quelle forze che nel giro di quattro anni di lavoro/delirio sentivo che iniziavano ad abbandonarmi.

A presto!

(nella foto, il banchetto delle olive al supermercato Berkeley Bowl, vicino a casa mia)

Pensierini del sabato

Sono qui in cucina e scrivo al mio piccolo Asus eeepc, un carattere alla volta, tranquillo, mentre sullo sfondo la radio canta una canzone un po’ africana e alcune coccole mi fanno socchiudere gli occhi mentre digito queste parole.

Dove sarò tra qualche mese? Forse lontano, forse sempre qui…mah! Sinceramente non lo so, sento che in ogni caso andrò da qualche parte (e non dite “ma vai a vaff…).

Bene, una puntata al classico Granca e via!

Perché le Polaroid sono belle


My polaroid SX-70
Originally uploaded by lynnlin

Sono innamorato delle Polaroid. Lo sono fin da quando ero piccolo. Ricordo ancora le prime foto scattate da mio padre e lo stupore che provavo nel vedere le immagini apparire poco a poco sulla pellicola inizialmente bianca.
L’amore per le Polaroid mi è tornato da un po’ di tempo, quando facendo il trasloco di casa ho trovato due vecchissime macchine fotografiche (una Polaroid 1000 e un’altro modello del tutto simile alla 1000 ma di colore marrone) e pochi giorni dopo (forse un segno) ho trovato in un negozio una Polaroid One in vendita.
Questo amore che stava rinascendo è letteralmente esploso quando ho scoperto il sito internet unsaleable.com, dedicato esclusivamente al mondo Polaroid. Si trovano sia macchine fotografiche, sia pellicole!

A chi mi dice “ma che ci fai ancora con una Polaroid quando oggi si vive di digitale” rispondo con la fotografia allegata a questo post. Il fascino dei colori tipici della Polaroid, il formato, il margine in basso dove annotare i propri pensieri…non c’è che dire, una fotografia Polaroid è una piccola opera d’arte. Anche solo il fatto che l’esemplare sia unico (non ci sono negativi) lo rende ancora più speciale.

Evviva le Polaroid, e speriamo che il mitico unsaleable.com riesca a scovare pellicole per i prossimi 1000 anni.